ALTROVE DA ME

   

 



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martedì, 10 giugno 2008
 

Intervista di Matteo Scandolin

postato da altrovedame | 14:23 | commenti (10)


lunedì, 02 giugno 2008
 

Serata di presentazione a Vicenza, 30 maggio 2008

Questo è il video realizzato da PattyBruce dell'intervista a Lucilla Galanti e pubblicato su YouTube:

Questa è una foto realizzata dagli amici di Cartacanta e pubblicata dai Sognatori:

Link alla galleria fotografica di CaRtaCaNta

Link al resoconto della serata pubblicato dai Sognatori

Commento di Matteo Scandolin

Resoconto di Aurora Dal Maso

postato da altrovedame | 09:09 | commenti


lunedì, 12 maggio 2008
 

ULTIME NOVITA'

postato da altrovedame | 22:46 | commenti (2)


venerdì, 28 marzo 2008
 

ALTROVE DA ME
          
di Lucilla Galanti
             
pagg.145 - €.9,90 + spese di spedizione.
      
altrove da me
                                                         
                                                              
  
COME ACQUISTARE IL ROMANZO
"ALTROVE DA ME" non si trova in libreria; per acquistare il romanzo, occorre rivolgersi direttamente alla casa editrice "I Sognatori" attraverso un ordine d’acquisto, da inoltrare a:
Seguendo le regole proprie del commercio elettronico, infatti, la casa editrice "I Sognatori" svolge la duplice funzione di casa editrice e libreria autonoma.
Metodi di pagamento
· ricarica poste pay
· versamento su conto corrente postale
· contrassegno
Nelle prime due opzioni (ricarica poste pay e versamento su conto corrente postale) il pagamento va effettuato in anticipo, recandosi alle poste (o restando comodamente a casa, qualora sia possibile effettuare un pagamento on-line): si compila il bollettino e il gioco è fatto. Dopo aver verificato l'accredito, la casa editrice invia il libro immediatamente. Naturalmente, i dati da inserire nei bollettini li fornisce la casa editrice, dopo che le sarà stata comunicata la volontà di ricorrere ad uno dei due metodi di pagamento. 
Col contrassegno, invece, è possibile pagare la cifra dovuta direttamente al postino, dunque al ricevimento del plico. Tutto questo con una piccola maggiorazione (1,50 euro circa) sull’ammontare complessivo.
Spese di spedizione 
Le spese di spedizione ammontano a soli 1,55 euro (dal 7/11/07) per l’invio di plichi contenenti da 1 a 6 libri.
                         
                
Presentazione di Aldo Moscatelli
            
La prima volta in cui mi sono imbattuto in “Altrove da me”, ho pensato (da buon cinefilo): se il vecchio Cronenberg (quello della “nuova carne”, per intenderci) o il vecchio Polanski (quello di “Repulsione” e “L’inquilino del terzo piano”) leggessero il romanzo di Lucilla, ne trarrebbero di corsa un film.
“Altrove da me”, infatti, è un romanzo che può ricordare da un lato le nevrosi del cinema polanskiano, dall’altro la cruda visionarietà del già citato regista canadese.
Pensieri miei, tengo a specificarlo, era giusto per darvi un’idea. Non posso confermare l’influenza dei due geni della celluloide sull’opera di Lucilla. Che, ovviamente, si nutre di suggestioni letterarie. Kafka, per esempio, ma anche le speculazioni filosofiche di Sartre giocano la loro parte. Per una questione di completezza aggiungerei pure Pessoa e certo Burroughs. Alcune sequenze – davvero assurde – si collocano a metà fra il dramma esistenziale e l’allegoria dada. Non mi piace privare il lettore del gusto della scoperta, ma vi basti sapere che in una sequenza la protagonista parla con un muro, in altre è costretta (suo malgrado) ad osservare strane trasmutazioni corporali, per non parlare delle sequenze che hanno ispirato la copertina di Francesca Santamaria.
No, non è un horror, né un romanzo grottesco tout court.
È nero. Non “noir”, proprio nero. A tratti nero come la pece. Parla di disagio, quello che attanaglia l’esistenza della protagonista, e che blocca ogni via di fuga, reale o irreale. Può far male, “Altrove da me”. E indurre più di qualcuno alla riflessione. Perché l’oppressione che la vita esercita nel quotidiano, il peso della routine, la mancanza di spiragli, il nero che come un drappo cala su di noi quando – anche per un minuto – ogni speranza è persa… tutto questo, dicevo, è stato mirabilmente rappresentato da Lucilla. È evidente la volontà di scandagliare i meandri di una mente “particolare”  (quella della giovane protagonista) per poter universalizzare il messaggio di fondo (cito: “Io credo che ognuno di noi sia un po’ schiavo di un proprio, personale Disagio, è una cosa naturale. E quindi il suo Disagio si manifestava in modo diverso dal mio, in un’altra stranezza, un’altra diversità”).
A stemperare il tutto, un umorismo nero di rara efficacia e picchi di lirismo notevoli (leggetevi “Il ricercatore di meraviglie”, poi fatemi sapere; anche la disquisizione sulla “notte” e i suoi significati/significanti va più che bene).
Ma come è scritto, questo romanzo? Beh, un autore originale lo è sino in fondo quando tenta di dire cose nuove mediante moduli narrativi nuovi. Lucilla, se vogliamo (già immagino i cori: “eh, addirittura!”) può essere accostata a Céline. Faccio riferimento a una scrittura volutamente scarna, gergale, a sprazzi ripetitiva, di sicuro sperimentale. Con distinguo disseminati qua e là. Un bravo scrittore sa spaziare sapientemente, anche sul fronte tecnico.
Ai lettori incontentabili, offro qualche altro paragone, premettendo però che – a parer mio – “Altrove da me” ha peculiarità in grado di distinguerlo da tutto quel che si legge ultimamente.
Allora, se vogliamo possiamo tirare in ballo il nichilismo di Palahniuk. La protagonista del romanzo in qualche modo lo è, nichilista, quindi immagino che il raffronto possa andar bene. È un tipo di nichilismo differente, però; quello di Lucilla è più “intimo”, non saprei spiegarmi meglio.
A proposito, ecco un’altra peculiarità: la ragazza al centro delle vicende è per nulla ordinaria (una che se ne va in giro di notte con le fidate babbucce ai piedi, non può essere considerata tale), e certe volte i suoi discorsi lasciano allibiti (sospettando che uno dei genitori tradisca l’altro, arriva a desiderare tranquillamente “… un gesto di pazzia del padre nei confronti dell’amante, che so, spaccargli la testa con una bottiglia, anche senza ucciderlo, o la morte accidentale di amante, padre o madre), c’è del cinismo a tratti allarmante e – appunto – uno spiccato nichilismo di fondo. Nonostante ciò, la protagonista ispira immediata simpatia, e al lettore non resta che soffrire insieme a lei, in un rapporto empatico che soltanto gli scrittori di talento riescono a creare.
C’è un passaggio che a me piace molto, e che ben descrive l’approccio verso la gente e la realtà del personaggio principale:
 
Il fatto è che il mio carattere non è un problema mio. Casomai degli altri. Ho sempre pensato che fosse meglio perdere qualcuno, piuttosto che impegnarsi per farsi accettare. È una tristezza dover cambiare per non essere rifiutati. Cambiare per se stessi mi risulta al limite concepibile, dal momento che uno con se stesso deve convivere tutta la vita, e quindi forse è meglio venirsi un po’ incontro, ma cambiare per gli altri, cioè per una presenza incostante e anonima, non credo valga la pena. Sono estremamente comprensiva verso di me. Ho sempre ritenuto i miei difetti trascurabili, quelli degli altri insormontabili, poiché nessuno è indispensabile oltre se stessi, pezzi facilmente intercambiabili insomma, se non ti vanno a genio. Qualcuno questo lo chiama egoismo. Io preferivo chiamarlo intolleranza verso il mondo esterno
 
Credo che quanto già detto possa fornire un’idea del romanzo, o almeno di cosa vi attende se deciderete di acquistarlo. Ma a parte le stranezze già elencate (e sono molte di più, ve lo assicuro), vorrei dirvi cos’altro ha di speciale “Altrove da me”. La sua dote peculiare, probabilmente. Lo so, parlo a titolo personale, ma non dimenticate che: A) sono un lettore, B) ho troppo rispetto degli altri lettori per prenderli in giro, C) non pubblico il primo che capita, e chi mi conosce un minimo lo sa bene.
Allora, secondo me un grande pregio del romanzo è quello di essere maledettamente scorrevole e al contempo pieno di riflessioni e sottesi. Ho citato Kafka e Sartre, in precedenza, e non è un caso. Ora, dal momento che troppo spesso un romanzo risulta interessante ma farraginoso, oppure da leggersi in un fiato ma insipido sul fronte contenutistico, ritengo che la sintesi operata da Lucilla abbia non dico del miracoloso, ma almeno del sorprendente.
Sorprendente è pure la vita dell’editore. Due mesi fa mi trovavo a presentarvi quel bravissimo autore affetto da sindrome di Peter Pan che è Flavio Pagani (classe 1967), e oggi mi ritrovo a parlarvi di una bravissima scrittrice che potrebbe essere sua figlia (classe 1987).
Lucilla è giovane, ma già denota un potenziale letterario enorme. “Altrove da me” è la sua opera prima, e merita di essere conosciuta. Altro non dico, onde evitare che qualcuno si limiti a sollevare le spalle pensando (erroneamente) che di questo libro devo parlare bene per forza perché l’ho pubblicato io. Attenzione, la verità è un’altra: questo libro l’ho pubblicato io perché… col cavolo che lo lasciavo in mano alla concorrenza! Di rado uno scrittore riesce a stupirmi; Lucilla ci è riuscita, quindi tanto di cappello. Se devo investire risorse, devo essere convinto di quello che faccio. E di quello che dico.
Poi la parola sta ai lettori, per carità. Ma i lettori potranno dire la loro solo dopo averlo valutato. Io l’ho già letto, quindi dico la mia.
E allora consiglio questo libro a tutti. A chi ama leggere buoni libri, e apprezza gli scrittori che non si limitano a svolgere il solito “compitino”, ma tentano fra mille difficoltà di creare un’opera fresca, accattivante e di contenuto, senza però rinunciare a quell’immediatezza comunicativa che distingue il polpettone indigeribile dal romanzo che sa parlare al cuore e alla mente del lettore.
Come “Altrove da me”, di Lucilla Galanti.
 
                                     
Per INFO consultare il CATALOGO
Per prenotare una copia: acquisti@casadeisognatori.com
                 
 
                

                    

Presentazione dell'autrice:      
Lucilla Galanti è nata l'11 settembre 1987 e vive in una piccola città chiamata Faenza che sorge tra le soleggiate colline romagnole, dove trascorre la sua esistenza tra sporadiche fughe reali e immaginarie. Studentessa per professione, scrittrice per necessità dall'età di cinque anni, quando una casa editrice inesistente le pubblicò il suo primo romanzo scarabocchiato su un quaderno a quadretti. Da allora addobba le superfici vuote di casa impilandovi sopra le sue creazioni. Oltre che per horror vacui, scrive per crearsi un angolo di mondo su misura, nell'assoluta certezza che sia l'unico modo per farlo.
                   
           
Il primo riconoscimento di una qualche importanza lo ottiene nel 1999 quando vince il primo premio nella seconda sezione del concorso di poesia Circoscrizione Centro Sud indetto dalla sua città, che da allora la annovera tra i partecipanti più assidui. Vi consegue in seguito presso la terza sezione il terzo posto nel 2005, il secondo nel 2006, ed il primo nel 2007 con la poesia Polvere al vento. Ha partecipato a vari concorsi di narrativa, vincendo nel 2005 il primo premio al concorso Lo sguardo dell’aquila con il racconto Una foglia morente, e ottenendo segnalazioni in ambito locale presso il concorso Piccolink con il racconto Il patema della domenica (Giovane antologia faentina, ed. Tempo al libro, 2008) e presso il concorso Caroli, all’interno della giuria del quale ora partecipa da due anni. La maggiore soddisfazione letteraria giunge però nel 2008 con la pubblicazione del romanzo Altrove da me da parte della casa editrice I sognatori.

 


 

 

Recensione di PattyBruce

http://pattybruce.splinder.com/post/16494590

Lucilla Galanti ha solo 20 anni, e sembra incredibile. L'ottimo stile, la proprietà di linguaggio che si permette di sperimentare espressioni non convenzionali, la bravura nel descrivere gli abissi della mente umana mi fanno pensare ad una persona ben più matura.
Senza svelarvi nulla della trama, posso dirvi che in  "Altrove da me" il co-protagonista è  "Il Disagio", che si presenta come una forte depressione e a poco a poco prende possesso della mente della protagonista e la trascina verso la follia, al punto di apparirle come un'entità tangibile. Dalle prime righe ho riconosciuto le caratteristiche dell'alienazione (vissuta sulla pelle di persone a me molto care), intesa come l'essere alieni rispetto al resto del mondo, il non comprendere e non essere compresi, in tre parole l'assenza di comunicazione. Non manca l'ironia e alcune situazioni, tragiche per la protagonista, riescono ad essere persino comiche. Altre invece sono assolutamente terrorizzanti. Vi sono altri personaggi, reali e no, che a mio avviso interpretano un ruolo fortemente simbolico. Verso la fine ero praticamente snervata, stanca ma ammirata di tanta bravura.

 


 

Recensione di Aurora Dal Maso

http://pungola.splinder.com/post/16704634/Un+libro+alla+settimana

Della trama non posso dirvi, né vi dirò molto, per tre motivi: non voglio svelare colpi di scena, non amo esporre le trame e, motivazione fondamentale, è oltremodo riduttivo condensare in poche righe una vicenda che ha a dir poco dell’incredibile.
Per il lettore insaziabile che reclama perlomeno un briciola di storia, mi limiterò al solo prologo che, di fatto, è una scintilla.
La protagonista dichiara di essere affetta da Disagio (scritto proprio in questo carattere) “questa strana malattia progressiva e finora sconosciuta”. Il Disagio è una presenza costante nella vita della ragazza e lei ne è ossessionata. Basta scorrere le pagine per trovare questa parola scritta più e più volte. L’effetto è un pugno dapprima nell’occhio poi nello stomaco.
La narrazione è in prima persona, la protagonista registra tutto ciò che le accade e si soffre non solo con lei, ma come lei. Attenta a tenera a debita distanza quasi tutti, (se stessa, i genitori, del padre dice:”[...] quell’uomo che nonostante la vicinanza biologica non era per me che un perfetto estraneo”), trascina il lettore nel suo malessere.
È un libro inquietante, malato, disturbato, delirante, grottesco. Lucilla Galanti non ci risparmia
nemmeno le descrizioni più raccapriccianti ed è impietosa nel delineare situazioni facilmente riscontrabili nella vita di tutti i giorni. Difatti i piccoli eventi che sulla pagina si mescolano sono come il riflesso di una lente d’ingrandimento e servono per mettere in discussione noi stessi e gli altri.
Strani i personaggi che popolano questo romanzo. Vanno e vengono, ritornano dall’aldilà per una breve visita, forse esistono, forse non sono mai esistiti. Il confine tra realtà e irrealtà qui non è solo labile, non c’è proprio!
Scappa pure qualche sorriso. La protagonista è solita girovagare di notte con delle babbucce ai piedi “[...] una sorta di pantofole, lana fuori e pelo dentro [...] e con sotto una gomma piuttosto resistente che dava per metà l’aspetto di stivale da giardinaggio [...] ma siccome il giardinaggio non mi era particolarmente consono, decisi di utilizzarle per il passeggio notturno.” Per non parlare dei nomi degli animali. Il cane del Saggio (personaggio pazzesco) si chiama Can e il gatto della protagonista, Gatto fa una brutta fine. Addentratosi nel balcone di casa diventato una discarica a cielo aperto (la nostra girovaga in babbucce non ha un buon rapporto con l’ordine e la pulizia) muore: “Gatto l’ho lasciato lì dov’era, morto, e saperlo vicino mi fa ancora compagnia ogni tanto.
L’autrice sconfina in territori nuovi con la sua scrittura per accompagnare il tema del doppio che s’infila di continuo nella narrazione. La protagonista interroga di continuo la sua parte razionale e irrazionale, si assiste a trasformazioni continue e imprevedibili, in un crescendo di pathos ed esasperazione.
Non è un libro facile, né per il lettore, né per chi ora sta cercando le parole giuste per raccontarlo. È una bella sfida quella che ci lancia la scrittrice perché se i libri sono scrigni che lentamente si schiudono per rivelarci la loro luce, il libro di Lucilla Galanti è avvolto dalle tenebre e solo qualche fulmine improvviso e inaspettato che con intensità lacera la pagina, può illuminarci per brevissimi istanti.

 


 

 

 

Recensione di Alberto Carollo

http://cigale.splinder.com/post/16921718#16921718

Lucilla Galanti è senza dubbio una penna da tenere d’occhio. Per almeno tre buone ragioni: è giovanissima (21 anni), ha una poderosa immaginazione e una scrittura ben strutturata, capace di trascinare il lettore anche in quelle plaghe remote dell’io narrante dove molti autori si sono arenati nel pantano del solipsismo, col penoso esito (ahimé) di far naufragare di fatto i loro progetti narrativi. Lucilla, qui alla sua opera prima per i tipi de I Sognatori, con Altrove da me (pagg. 145, Euro 9,90), si getta con una sana dose di beata incoscienza nell’impresa di architettare un romanzo denso e corposo, quasi esclusivamente in prima persona, per tradurre e rendere comprensibile al lettore il carattere “strano” e “perturbante” della sua protagonista femminile. Un altro mattino denota una giornata di scarsa importanza. Inutile. (…) Galleggio nel mio nulla costruito su misura e mi ci sento perfettamente a mio agio. La protagonista è affetta da una forma di Disagio esistenziale e la Galanti ne delinea le coordinate, descrive l’evoluzione di questa “disposizione”, se è possibile parlare di “evoluzione” e “disposizione” (d’animo?) in una storia che presenta molte analogie con la graduale manifestazione di un quadro clinico, di una patologia psichiatrica.
Mi spiego meglio. Altrove da me non presenta un intreccio convenzionale; percorrendo il romanzo da cima a fondo non succede praticamente nulla o meglio, ciò che accade avviene unicamente nel teatro di posa della mente della protagonista. Le connotazioni reali, il fatto che a questa giovane – che potrebbe essere pressappoco coetanea dell’autrice – sia stata tratteggiata una posticcia biografia (un padre, una madre, un matrimonio finito male, un incerto lavoro) è solo un pretesto provvisorio, un trampolino di lancio per innescare nuove fantasticherie e vaneggiamenti. Ciò che è tangibile è la cupa, inquietante discesa agli inferi di una mente troppo sensibile, vulnerabile, irrimediabilmente perduta nel vaglio continuo di eventi marginali, altrimenti irrisori, che segnano il suo quotidiano; nell’autocritica spietata, nel pedissequo ribaltamento di prospettiva, nel condurre anche stilisticamente un ragionamento involuto e contorto, al limite dell’anacoluto. E fin qui, percorrendo le secche del prologo e della prima fase di latenza, il lettore poco propenso a infilarsi nella selva oscura di questa partitura potrebbe osservare che la Galanti sembra continuare a ruotare attorno al suo ombelico. Questo se la scrittura gergale, piana, scarnificata nelle descrizioni accessorie ma precisa e puntuale nel riferire percezioni e emozioni del suo oggetto – quasi una autopsia in diretta – apre improvvisamente le danze su scenari intrisi di visioni, di iper-realtà. L’incubo e il grottesco dilagano e il pensiero corre inevitabilmente a riferimenti paraletterari come le arti figurative (Munch, Schiele) o cinematografiche (Cronenberg, Ken Russel, il primo Polanski). Lentamente le mura di casa si popolano di fantasmi che entrano e escono a loro piacimento; suppellettili e elettrodomestici ingaggiano una sorta di guerra civile decidendo di parteggiare o meno per la loro inquilina. Il volo a vite continua: la storia vira al nero più nero; la disperazione fa capolino ma il registro adottato evita accuratamente il melodramma e tinge di un umorismo caustico e sottile il succedersi di quadri bizzarri, le trasmutazioni dei corpi, il ricorrere della forma pesce (quasi lo scalino più basso della scala evolutiva: veniamo dall’acqua, creature squamate, gorgoglianti nel buio, prima di acquisire una forma intelligibile di linguaggio). Il repertorio non è nuovo di zecca né particolarmente originale (è possibile, mi chiedo, essere originali quando tutto è già stato detto con l’omerica Odissea?) ma la Galanti presenta una naturalezza fuori del comune, evitando quasi “acrobaticamente” cadute di tono, autoreferenzialità e sciommiottamenti di modelli. Si nutre, questo è evidente, di tanto materiale letterario: Kafka, in primis, e ancora Lovecraft, e il Burroughs de Il pasto nudo, ma lo fa con nonchalance e finisce per cadere sempre in piedi. Altrove da me è in questo un piccolo miracolo di misura e equilibrio. Personalmente avrei forse preferito qualche pagina in meno ma i personaggi che di volta in volta sfilano nelle varie parti e intervalli hanno il sapore della fiaba (rigorosamente nera): il ritardato Dimitri sembra uscito dalla penna del più audace Bulgakov e le improbabili e inconsistenti figure del Saggio e del suo cane fanno i pendolari, con naturalezza, dal mondo dei morti per ornare una vicenda che non è per niente conciliante col lettore, ma che anzi lo strapazza indugiando nei particolari più tetri e sofferti del Disagio della giovane donna e del suo tormentato rapporto col suo corpo, calato in un lurido appartamento, con la sua dispensa di cibi scaduti da tempo, dove il terrazzo è una discarica e il cadaverino di un malcapitato gatto può anche “fare compagnia”; un corpo indagato minuziosamente nelle sue metamorfosi, svilito, mortificato, spezzettato (col pensiero, sempre col pensiero) e ricomposto allo specchio nella speranza di scorgere un barlume di quel benessere perduto. Le passeggiate notturne della ragazza, con le sue fide “babbucce”, in ascolto della propria solitudine, sono scandite dai suoi monologhi interiori ai quali si aggiunge il controcanto degli aforismi e delle regole del Saggio, personaggio costruito per sottrazione, presenza fluttuante e incorporea: Il Saggio diceva che non voleva nient’altro dal mondo. Essere ignorato, come l’inesistente. L’unica sua identità è quella di Saggio. Ha un bel suono, diceva, quella parola. Il Saggio acquista il ruolo di voce raziocinante, forse l’ultimo brandello di coscienza che rimane alla protagonista. Tu temi la sconfitta della convenzionalità. L’oppressione del quotidiano, l’angoscia delle responsabilità, la percezione del mondo come una dimensione alienante e alienata dal sé, solitudine e incomunicabilità, questi i temi portanti di questa favola nichilista che si scioglie con un quasi happy end, anticonvenzionale come tutto il resto. Si limitarono a dire che ero un soggetto particolare, il che mi riempì di gioia, credo sia il complimento più bello che qualcuno mi abbia mai fatto in tutta la vita. Su questo verdetto dei medici cala in qualche modo il sipario su questa storia di una donna che patisce l’indifferenza e l’omologazione della società contemporanea e conquista con grande difficoltà la propria unicità, inventando per l’occasione una stravagante nuova professione: quella del ricercatore di meraviglie, unico momento di condivisione, di intenso lirismo, nell’economia del romanzo. Per lo scrivente rimane invece la curiosità e l’interesse di attendere questa giovane autrice di Faenza, borgo incastonato tra le soleggiate colline romagnole, alla sua prossima prova.

Recensione di Matteo Scandolin

http://www.grandisperanze.net/files/category-recensione.html

Una volta un libro come questo l’avresti chiamato “romanzo di formazione”. Almeno: una volta io un libro come questo l’avrei chiamato “romanzo di formazione”. Adesso però viviamo in un tempo un po’ così, e romanzo è un termine che sta stretto a molti. Allora, questo libro lo chiamo “tracce di formazione”. Perché a leggerle tutte, le 145 pagine del libro, sembra che ti rimangano addosso queste tracce, queste impressioni. La protagonista del romanzo vive una vita in cui è sostanzialmente sola, in compagnia di una bestia nera che più volte tutti noi affrontiamo, e che chiama Disagio. Persino il cambio di carattere, per segnalare le potenzialità distruttive del Disagio.

Durante il romanzo incontra Saggi un po’ matti e un po’ inesistenti, affronta mutazioni in pesce che impediscono comunicazioni di sorta, telefonate oscene che si spiegano in insoliti finali; noi scopriamo che anche i mobili di una casa hanno un’anima, o almeno: arriviamo a credere che possano averla, e che esistono persone che vanno alla ricerca di meraviglie per la gente che li paga. (Magari incontrarne uno.)

Lo stile di Lucilla è un incastro di ironia nera, nerissima, di quelle che mi fanno impazzire, e lucida follia. Aggruma parole, una dopo l’altra, e costruisce il suo universo oscuro, spietato e assurdo in cui tutto, anche se non ha una spiegazione, funziona lo stesso (improvvisi abbandoni, morti apparenti e altrettanto apparenti ricomparse, e via così ). Varia l’ormai classico tema dell’incomunicabilità tra gli umani, e ci miscela assieme la crescita che ognuno di noi deve fare dall’adolescenza all’età adulta (e i relativi conti col Disagio, o disagio, a seconda delle persone), con qualche tono fiabesco in alcuni punti del libro – pochi, a dir la verità.

Dubito che sia necessario ribadirlo, ma il libro m’è piaciuto parecchio: è strano, t’incolla addosso lo stesso straniamento della protagonista, e il procedere degli eventi è assolutamente imprevedibile. Da leggere, se non altro per rispetto nei confronti di chi l’ha scritto e di chi l’ha pubblicato (o meglio: osato pubblicare). Da segnalare, infine, la splendida copertina di Francesca Santamaria, matita de I Sognatori, qui sicuramente alla sua prova migliore – per il momento.

 


 

Commento di Blueriver su aNobii

http://www.anobii.com/books/Altrove_da_me/9788895068053/018710d948d2a27f79/#detail

Che dire di una giovanissima autrice al suo ingresso in un mondo così popolato e difficile,qui da noi come "altrove", dove se non si provocano platee di lettori con gli argomenti più triti e pruriginosi non si arriva nemmeno alla soglia di una tiratura appena accettabile( sempre che si sia trovato un editore) che ripaghi della fatica e delle spese? "Altrove da me" potrà anche non piacere per il tema affrontato a mani piene, quello del Disagio come malessere esistenziale, che non è depressione o noia o altro di cui scrivere, ma un compagno inseparabile di giornate e notti rivoltate dentro e fuori senza un vero perché alla ricerca di una soluzione assai improbabile che ha del fantasmagorico. Ma è un buon libro: una lettura originale per il suo sviluppo congruo e lineare fondato su uno stile personale, già maturo e su una costruzione che non ha difetti, animata da invenzioni portanti, sicure e piacevoli come il ricercatore di meraviglie, il saggio e Dimitri. Da leggere per constatare che nel suo piccolo Lucilla Galanti è già grande!

 


 

 
“Altrove da me”: istruzioni per l’uso.
 
1. La trama. Se per “trama” intendete una serie consequenziale di eventi che vi permetta di non perdervi nel mondo onirico che si sprigiona in quest’opera, ebbene, spiacente di deludervi, ma non c’è alcuna trama. Chi desidera inoltrarsi nella lettura deve essere disposto a rinunciare a qualsiasi appiglio di tipo logico-razionale ed a lasciarsi sommergere dall’universo generato dalle fantasie allucinatorie della protagonista, che si fondono con i vagheggiamenti fiabeschi che l’autrice ha voluto donarci.
 
2. La protagonista. Sembra catapultata da un racconto di Lewis Carroll, anzi, visto che non è mai nominata potete benissimo immaginarla come un’Alice diventata adulta, pronta per una nuova avventura, che ha come scenario il mondo moderno, con le sue omologanti certezze, in cui uno “spirito libero” non ha alcuna speranza di trovarsi a proprio agio: ed è così che la protagonista trova scampo nel proprio “Disagio”, che è - sì - una condanna, ma al tempo stesso una difesa dalla “convenzionalità”.   
 
3. I personaggi. L’universo della protagonista è popolato da pochi personaggi, alcuni grotteschi ed apparentemente crudeli, ma in fondo soltanto disattenti, che si alternano a figure eteree, evanescenti, create o trasfigurate dalla sua mente disturbata per garantirsi l’illusione di non essere sola e di poter trovare grazie a loro una via di salvezza. Essi sembrano rincorrersi in una sorta di “girotondo felliniano”, fino alla comparsa di un altro “naufrago”, che attraverso vie inaspettate ed oltremodo insolite instaura con la protagonista una relazione salvifica per entrambi.  
 
4. Lo stile. Anticonvenzionale, ovviamente! A volte scarno ed essenziale; a volte crudo, ma mai volgare; a volte estremamente poetico, fino al romanticismo, ma senza “smancerie”. A volte l’autrice si avventura in un audace “flusso di coscienza”, destreggiandovisi con la perizia di uno scrittore al pieno della maturità.
 
5. Inoltre… Impossibile esaurire in poche righe tutto ciò che è contenuto in questo romanzo: analisi introspettive di rara efficacia, considerazioni sulla vita e sul mondo, ossessive descrizioni dell’anatomia umana, velato umorismo (che stempera la drammaticità di alcune situazioni!), ed altro ancora…
 
6. Suggerimento pratico. Quando arrivate alle ultime pagine cercate di essere lontani da occhi indiscreti, perché potrebbe capitarvi che gli occhi si inumidiscano ed una lacrima dispettosa, incurante del vostro imbarazzo, attiri sguardi incuriositi e dissimulati … come è accaduto a me! Inspiegabilmente! Infatti non si può certamente definire un “finale strappalacrime”, anzi, non manca di aspetti umoristici.
Forse perché è l’unico finale che può permettere che “le cose vadano a posto”.
 
7. Conseguenze. A parte il piccolo “effetto collaterale” sopra citato, dopo la lettura l’effetto principale è garantito: se in una giornata di sole vi capiterà di osservare un piccolo, meraviglioso volatile, mai visto prima, aggirarsi saltellando tra le margherite di un bel prato verde, vi troverete a pensare che certamente si tratta di una “Meraviglia” che qualcuno, a vostra insaputa, ha voluto donarvi.
 
Silvia Galanti

Recensione di Luciano Foglietta (Il Resto del Carlino)

http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/forli/2008/05/05/85678-disagio_diventa_meraviglia.shtml

SEMBRA quasi impossibile che una ventenne, com’è Lucilla Galanti, possieda tali e tante capacità intellettuali e di conoscenza di un mondo così vasto e variopinto dove ben pochi restano affezionati ad un antico ideale di saggezza. Eppure l’autrice di ‘Altrove da me’ (edizioni ‘I sognatori’) riesce a raccontarsi, ed a raccontarci, sia i propri impulsi sia il proprio corpo e, di riflesso, la propria anima. Cosa significhi, per la scrittrice, dilungarsi sul suo presunto male oscuro ce lo rivela lei stessa e cioè il crearsi un angolo di mondo su misura, nell’assoluta certezza che sia l’unico modo di farlo. «Galleggio nel mio nulla — confessa — costruito su misura e mi sento perfettamente a mio agio».

‘ALTROVE DA ME’ è un libro senza trama. «Chi desidera inoltrarsi nella sua lettura — precisa in un saggio critico Silvia Galanti — deve essere disposto a rinunciare a qualsiasi appiglio di tipo logico–razionale ed a lasciarsi sommergere dall’universo generato dalle fantasie allucinatorie della protagonista, che si fondono con vagheggiamenti fiabeschi che l’autrice ha voluto donarci».
Partendo dal diario in cui descrive la sua ‘malattia progressiva’, un malessere che ha chiamato disagio, la protagonista s’avventura nella descrizione degli avvenimenti in cui l’ossessione è di casa ed un feroce umorismo intacca e demolisce numerosi tabù del nostro tempo. Tuttavia non bisogna credere che le cose narrate da Lucilla s’appoggino soltanto sulla spietatezza di certa ironia.
Alla base delle sue elucubrazioni, oltre che una profonda conoscenza della natura umana, vi è un’impostazione scientifica; e poi vi si intravvedono gli scopi per cui ha costruito il romanzo: il voler ripulire un ambiente in cui il disagio, la imperante malattia del nostro tempo può persino diventare una meraviglia. E per meraviglia, da romantica qual è, l’autrice ha scelto un qualcosa di molto semplice: «una piazza innevata dove tutto è immobile e dove il tempo sembra essersi fermato».

 


 

Intervista a Lucilla Galanti
di Aurora dal Maso per [CaRtaCaNta©]laboratorio di materiali narrativi

Quanto c’è di te in questo romanzo?

Non so come mai, ma questa è la domanda che mi viene fatta più di frequente… non capisco se la gente spera che il mio libro sia autobiografico così può pensare che io stia molto molto male…! A parte questa nota di ironia un po’ sadica… penso che in ogni cosa che si scrive ci sia inevitabilmente qualcosa di proprio… qui a dire il vero non tantissimo… più che altro spunti di eventi che poi scrivendo esaspero e stravolgo.

Parliamo della protagonista della storia. Come l’hai costruita?

La protagonista è nata un po’ per caso, dall’immagine di una strada notturna. In realtà il primo personaggio del libro a nascere è stato il Saggio, lei è venuta dopo, quasi consequenzialmente. E poi si è dipanata a poco a poco. 

T’ispiri a qualche scrittore/scrittrice che ami particolarmente quando scrivi? 

Direi che volente o nolente sono sempre influenzata da quello che leggo quando scrivo… in particolare quando ho scritto Altrove da me uscivo dall’intensa lettura de “La nausea”, terribilmente affascinata dall’Antonio Roquentin creato da Sartre.

Cos’è per te la scrittura? 

Questa è una domanda un bel po’ complicata… perché con la scrittura ho un rapporto quasi morboso. Direi che è una vera e propria necessità vitale. Ci sono momenti in cui devo scrivere, non posso farne a meno. Poi quello che viene fuori non importa molto. 

Che rapporto hai con quello che scrivi?

Dipende. Spesso mi imbarazza e fatico a rileggerlo. Qualcosa ogni tanto mi piace, ma mi sembra di non riuscire mai a rendere quello che avrei voluto veramente esprimere.

L’editing ha influito molto sulla struttura o la sostanza del romanzo?

Ha sistemato quel che c’era da sistemare… direi che la sostanza è rimasta invariata. Interventi migliorativi non troppo invasivi per i quali ringrazio molto chi vi ha impiegato il suo tempo.

Hai avuto problemi a pubblicare? 

Problemi…? Psicologici un bel po’… probabilmente perché non avevo mai preso davvero in considerazione il fatto di pubblicare “davvero”... sapere che qualcuno che non conosco (ma se lo conosco è peggio) mi giudica per quel che scrivo mi mette un po’ di ansia! 

Parlaci del Disagio attorno a cui ruota tutto il romanzo. 

Penso sia lui il vero personaggio principale, con la sua presenza quasi tangibile… che dire… Mi ha fatto compagnia mentre scrivevo! Nel Disagio ho cercato di esprimere quello che penso sia uno stato frequente nella società odierna. Penso che le persone difficilmente si sentano soddisfatte della propria esistenza e a proprio agio con se stesse… nel Disagio della protagonista c’è l’estremizzazione di questo stato, che protraendosi a lungo conduce alla malattia, alla pazzia, alla perdita di un contatto stabile con la realtà. Forse ho una visione un po’ pessimistica di quel che mi sta intorno… ma sono prontissima a ricredermi in futuro.

Che rapporti hai con il mondo dell’editoria?

Con il mondo dell’editoria in generale non ho una grossa esperienza. Mi è capitato di inviare manoscritti senza nemmeno ricevere una risposta, o ancora peggio ricevere proposte editoriali dietro contributo, che ho sempre considerato un compromesso abbastanza deludente per un aspirante scrittore. Poi ho avuto la fortuna di imbattermi nei Sognatori, che mi hanno attirato da subito presentandosi come “casa editrice per visionari senza voce”. In loro ho trovato editori che oltre alla professionalità sono riusciti ad instaurare un rapporto umano, e questo per me è davvero lodevole. Fino ad ora mi hanno accompagnato con una presenza costante e disponibile e devo davvero ringraziarli per questo.

Cosa ti piace leggere?

Leggo un po’ di tutto… anche se prediligo i romanzi con poca trama e tante riflessioni.

Rapporto giovani/lettura. Cosa ne pensi? Nella tua cerchia di amicizie riscontri un sincero interesse per la lettura o è solo un’attività noiosa?

Tra i miei amici ci sono appassionati lettori e scrittori. Penso che la lettura sia una di quelle cose che trascendono le età e le epoche, leggere risponde al bisogno di rispecchiarsi in qualcosa d’altro, sentirsi parte di qualcosa che trascende la propria individualità. Chi legge lo fa per passione.

Hai raggiunto il tuo Altrove? 

Mah… mi sa che sono ancora in cerca…

Sei molto giovane, ma hai già la tua “voce”, il tuo stile. Hai trovato la tua “voce” quasi subito o è frutto di un duro lavoro? 

Penso che come ognuno ha il suo modo di parlare, abbia anche il suo modo di scrivere. Comunque credo che la quantità di tempo che passo a scrivere abbia influito non poco, se non altro perché la scrittura è la via precipua in cui mi esprimo.

Secondo te, c’è spazio per i giovani esordienti? Sono presi in seria considerazione dalle case editrici o se non hanno “appoggi” possono pure scordarsi la pubblicazione?

Di spazio ce n’è troppo poco per tutto… le persone che scrivono sono tante… magari qualcuno ogni tanto viene anche preso in considerazione. Chi ha appoggi è preso in considerazione sempre e comunque, nell’editoria come in ogni altro campo. Al giorno d’oggi va così, ci si rassegna.

Cosa pensi dei corsi di scrittura creativa? Hai avuto modo di frequentarne qualcuno?

Purtroppo fino ad oggi no, ma è nell’elenco delle cose da fare. Il tempo è un’altra di quelle cose che scarseggia (insieme allo spazio di cui sopra).

Progetti per il futuro? Continuerai a scrivere?

Questo è certo! A dire il vero sto già scrivendo (per scrivere il tempo c’è sempre!) un romanzo e una raccolta di poesie, particolarmente adatti per non risollevarsi dalla depressione… ma chissà, magari ci trovo un lieto fine!

 

     

intervista a lucilla galanti
di Matteo Scandolin

Altrova da me è un libro che al sottoscritto è piaciuto assai. Così il sottoscritto ha intervistato l’autrice (grazie alla gentile intercessione dell’editore), e sono venute fuori cosine interessanti. Se volete sapere che cosa c’entrino Sartre e le sigle dei cartoni giapponesi, prego: la lettura di quest’intervista potrebbe incuriosirvi parecchio.

Lucilla: parlaci di te. Chi è la Galanti scrittrice, chi è la Lucilla di casa, se sono due persone diverse o coincidono, e che fai di bello?

Direi che biologicamente sono la stessa persona, anche se la scrittura assorbe la parte più riflessiva e pessimista di me: in effetti quando faccio leggere ad amici e conoscenti quello che scrivo mi guardano un po’ stralunati. Quando non scrivo invece sono abbastanza allegra. Per il resto di bello non è che faccia molto: studio, giro, parlo (poco).

Altrove da me è il primo romanzo che hai scritto, tipo finito-chiuso in busta-spedito, oppure è una vita che scrivi?

Anche se sono relativamente giovane scrivo da parecchio, se consideriamo gli esperimenti infantili che hanno costituito il mio primo approccio con la scrittura. Direi che è stato un colpo di fulmine perché da allora non ho più smesso e scrivere è oggi per me uno sfogo necessario.

Leggendo la presentazione al tuo romanzo scritta da Aldo Moscatelli si ha un certo inquadramento del libro con una serie di riferimenti, sapori, mitologie (penso a Cronenberg e Polanski). Tu ti ci ritrovi oppure hai da aggiungere altro?

Sicuramente in quello che scrivo c’è un forte influsso cinematografico. Mi piacerebbe riuscire a evocare una scrittura “visiva” e rendere la storia sotto forma flash di immagini, lampi di visioni che balzano allo sguardo come su uno schermo nero, ed è forse anche per questo che spesso può risultare disconnessa. Penso che il valore aggiunto della lettura, rispetto alla comodità di guardarsi un film, sia proprio che ognuno può ricostruire i pezzi a modo suo.

Modelli di riferimento ci sono? Stili che hai in mente quando hai scritto il romanzo, o quando scrivi, in generale. Mi riferisco anche ad autori ai quali non “assomigli” affatto, ma che magari ti hanno influenzata lo stesso.

I miei modelli di riferimento sono più che altro fonti di ispirazione ineguagliabili! Comunque sì, sono piuttosto influenzata dalle mie letture. Nel periodo in cui ho scritto
Altrove da me uscivo da un’esperienza ravvicinata con la Nausea di Sartre, piuttosto scossa e morbosamente affascinata. Ma anche l’irridenza disfattista di Bukowski, Ginsberg, nonché i poeti beat in generale hanno su di me un forte ascendente.

Confesso di aver amato moltissimo Sartre pure io, e di conservarlo fra i “ricordi buoni”. Lo dico solo per bendisporti nei confronti del resto dell’intervista, sia chiaro, e per fare il lecchino. Ma per proseguire su toni un po’ più consoni alla professionalità che da sempre mi contraddistingue: che razza è Can?

Mhm... diciamo che potrebbe essere un incriocio tra un cane lupo e un... bastardino? In ogni caso marroncino e spelacchiato...

Be’, forse però è il caso di spiegare chi è Can ai nostri lettori, no? Puoi raccontarlo, se vuoi, anche alla lontana, senza entrare nei dettagli della trama.

Can è decisamente uno dei personggi principali della storia, a metà strada tra un essere reale e immaginario, che con la sua presenza muta accompagna le stralunate vicende della protagonista.

Domanda classica, che mi sono sentito rivolgere in prima persona e so, quindi, quanto può essere fastidiosa: quanto di tuo c’è nel romanzo? Quanta autobiografia?

Dipende dai giorni! Qualcosa di me c’è, inevitabilmente. Se vogliamo metterla in percentuale mi aggirerei su un cinque per cento saltuariamente con picchi nei giorni più “no”, ma non necessariamente distribuito nella protagonista. Anzi, solitamente capita che di me ci sia più nei personaggi secondari: sarà uno spirito di falsa discrezione.

L’intervento del Moscatelli editor, com’è stato? Quanto ne ha risentito il romanzo?

Il giusto perché ne uscisse qualcosa di decente! A parte gli scherzi, no, non ne ha risentito molto: sono state fatte le necessarie correzioni, per rendere il testo più corretto da un punto di vista anche formale. Soprattutto interventi in scorrevolezza, nei passaggi più pesanti. Trovo che sia venuto un buon lavoro con l’intervento di Aldo.

Come t’è venuto in mente di aggiungere i due intermezzi? Dimitri e le meraviglie? Da dove nascono?

Gli intervalli nascono fondamentalmente dalla volontà di rendere più leggera la lettura di un ammasso di riflessioni deprimenti. Poi si sono resi necessari per aggregare la parte più “fiabesca” del romanzo che è appunto quella relativa alle meraviglie. Probabilmente nascono dalla parte romantica di me che non si rassegna a rappresentare un mondo sterile, dove tutto è sconnesso e privo di possibilità di comunicazione: come dire dalla necessità di bilanciare la realtà con qualcosa che non può che essere al di là di essa, e che però è indispensabile ognuno riesca a trovare per sé. Per me non è possibile vivere in un mondo senza spiragli di meraviglia.

C’è un senso, nella tua storia? Un messaggio di qualche tipo, oppure sei di quelli che ritengono che il narratore debba - come dice il nome - narrare, il resto lo fa la gente?

Il senso della storia sta nella volontà di rappresentare un malessere con l’obiettivo di esorcizzarlo, lasciando intravedere un possibile lieto fine che sta poi al lettore decidere se recuperare oppure no.

Un libro che t’accompagna sempre, un film che non dimentichi, una musichina che ascolti nei momenti bui.

Diciamo che c’è la presenza costante di un libro variabile: c’è sempre un libro che mi accompagna ma non è mai lo stesso. Se ti interessa oggi è Compagno di sbronze. Dei film non ricordo mai il titolo... quindi mi ci vuole un grosso sforzo di memoria, anche perché vorrei dire un filmone ma mi vengono in mente solo filmetti piuttosto leggeri. Per quanto riguarda la musichetta, nei momenti bui non mi metto ad ascoltare musica perchè mi deprime. Però se vale lo stesso canticchio sigle di cartoni animati...

Da dove vengono fuori gli stivali che avevi l'altra sera?!

Ma perché ti sono piaciuti molto??

No, tutt’altro!

Sono gli stivali degli eventi importanti, che tiro fuori un paio di volte l’anno, come le scarpe degli esami.. che tiro fuori solo per gli esami!

Allora conto che tu li abbia indossati anche per quest’intervista! Grazie, Lucilla, soprattutto per la pazienza.

Un assaggio dell'opera:
                      
"PROLOGO
Un altro mattino denota una giornata di scarsa importanza.Inutile. Che scivolerà anonima nella sua caduta insieme a tutte le altre, tutte uguali, nel buco nero della dimenticanza. Il più in fretta possibile, spero. Indistinguibili ad un occhio esterno. Non fosse per quella numerazione progressiva che segna i giorni, i mesi, gli anni, e ti fa vedere che il tempo passa, e ti impedisce di perdere il conto, di perderti nella piattezza di questi frammenti di vita vissuta e che però è come non fossero mai esistiti. Non lascia un segno in me questa vuotezza che mi rincorre, o che sono io a rincorrere, né potrebbe lasciarlo, perché in realtà non c’è niente.
Galleggio nel mio nulla costruito su misura e mi ci sento perfettamente a mio agio.
Voglio starmene qui, protetta da queste lenzuola sporche e sudate, rese rigide e spesse da notti accidentali ed insonni. Il tempo ne ha fatto una tana sicura.
Voglio starmene qui, con le persiane chiuse, persiane sdentate che ridono in modo sadico guardandomi.
Filtrano brandelli di luce spenta e opaca. Entrano i suoni della città, sempre uguali, sempre ugualmente fastidiosi. Mi strappano da questo torpore pesante, torpore che sa di morte, da cui non mi voglio svegliare.
Non c’è niente che io abbia voglia di fare, niente che non sia per me inutile. Niente per cui valga la pena alzarsi da questo letto sudicio.
Non so dove la gente trovi la forza per ricominciare ogni giorno a vivere, per ricominciare a fare ogni giorno le stesse cose, e trovarsi ogni giorno a sera senza nulla in più del precedente.
Questa vita non fa per me, se non per i suoi prolungati sonni. Giorno o notte non fa differenza, cambiano soltanto i suoni. Di notte percepisco quello di scarpe strascicate sull’asfalto nero, alla ricerca di un posto in cui consumarsi in solitudine. E corpi che si lasciano cadere a terra – tonfi sordi – come morti, spossati dalla stanchezza. E vetro che si rompe, e vetro che rotola.
Poche parole. Non ama parlare, la gente della notte, e se parla, lo fa con gli occhi, a chi può capire.
A chi possiede quegli stessi occhi venati di rammarico. E si è subito uniti dal medesimo destino.
Quando l’insonnia mi prende, ascolto quei rumori soffusi, mi approprio di essi, sbirciando dalla finestra vite altrui. Vite prive di importanza, le guardo passare, mi interrogo senza interesse.
Il mio occhio ha sbirciato a lungo in me sperando di trovare qualcosa per poter dire Questo era passato erroneamente inosservato, questo ha importanza. Ma non trovandolo ha iniziato a scrutare nelle fessure altrui per scorgervi il nuovo, il degno di nota. Mi approprio avida degli attimi altrui. Sono come schizzi di colore su un pannello grigio, schizzi privi di significato, che non disegnano alcuna forma.
La gente perlopiù non fa caso quando la derubo della propria intimità. La gente è indaffarata, non si accorge mai di niente. Non so dove trovi la forza per fare tutto quello che fa. Ma forse il trucco sta proprio lì, nel farlo senza accorgersene. Quando invece se ne accorge si spaventa e scansa i miei sguardi. Non vuole che altri frughino nella propria vuotezza. O forse pensa che io sia qualcosa da temere e non si rende conto che sono perfettamente innocua.
Sono soltanto alla ricerca.
Io preferisco la notte.
Ma in fondo, per fare ciò che faccio non ha importanza che sia giorno o sia notte.
Mi hanno consigliato di tenere un diario. Un diario di malattia.
Questa strana malattia progressiva e finora sconosciuta che ho chiamato
Disagio.
Il
Disagio mi ha preso un giorno e non se ne è più andato.
È una presenza invadente e quasi umana, oserei dire. È una sorta di animale annidato nelle viscere che non mi abbandona e che dovrò prima o poi trovare il modo di scacciare. Direi che è la priorità assoluta, ma nemmeno questo ha ormai tanta importanza.
Mi hanno detto che ripercorrerne le tappe, e ripercorrere gli avvenimenti che hanno accompagnato la sua comparsa potrebbe forse essermi utile. Certo più utile che continuare a starmene senza fare nulla, in preda al terrore che il
Disagio si manifesti di nuovo. Utile forse non a guarire, ma almeno a capire. Il Saggio avrebbe approvato questa decisione, e ciò mi dà speranza.
Ma è un’operazione difficile, un’operazione che costa fatica, perché nella mia mente il giorno si confonde con la notte, e le settimane, i mesi stessi si confondono. Le azioni si presentano prive di sfondo e spesso addirittura non si presentano al ricordo, perché non ci sono state, perché c’è stato soltanto tempo passato nel buio sicuro, nell’inerzia totale, nell’inattività e nel silenzio, per non risvegliare il
Disagio.
Ora sono consapevole della mia malattia.
Questo diario potrebbe aiutarmi a non impazzire del tutto, sempre che vi sia ancora un minimo di razionalità in questa mia esistenza.
Non credo andrò avanti per molto, è un’operazione che costa fatica. Non sono mai stata brava a portare a termine le cose, io odio l’assiduità. Ma il dottore ha detto che se uno inizia e poi lo lascia lì, a metà, questo diario, non funziona.
Quindi credo proprio che non comincerò per niente."
    
                                            
             
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